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15/09/2018

Santa Maria Addolorata

Il nome di Addolorata, abbastanza diffuso nel meridione d’Italia, si dona alle bambine in segno di devozione verso Maria, chiamata così a motivo dei dolori sofferti specialmente sul Calvario durante la Passione e morte del Figlio. Come l’Imitazione di Cristo afferma che “tutta la vita del Salvatore fu croce e martirio”, così sant’Alfonso ritiene che “tutta la vita di Maria fu un continuo esercizio di pazienza” e secondo le Rivelazioni di santa Brigida “la beata  Vergine visse sempre tra le pene”. Sono affermazioni che hanno un’anima di verità, ma prese alla lettera non rispondono alla testimonianza evangelica, secondo cui ambedue hanno conosciuto periodi o momenti di serenità e di gioia intensa. Gesù esulta nello spirito nell’Inno di giubilo nel Vangelo di Luca e Maria, figlia di Sion invitata alla gioia messianica, risponde con il Magnificat in cui esulta in Dio suo Salvatore.
Ma nessuno può negare che Maria ha incontrato spesso la sofferenza. Ella vive poveramente nella casa di Nazaret, partorisce l’atteso Messia nello squallore di una stalla a Betlemme, fugge esule in Egitto, ritorna al lavoro domestico con Gesù e con Giuseppe. In particolare tre passi biblici sottolineano l’aspetto afflittivo della vita di Maria e vi proiettano oscuri presagi:
1. “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35). Sconvolgente è l’oracolo che Simeone rivolge a Maria: Gesù sarà “segno contraddetto” e l’opposizione da parte di molti del popolo si ergerà contro di lui giungendo a farlo morire. Il destino di Gesù si ripercuoterà sulla madre, sulla cui anima piomberà il dolore come una spada di grande dimensione. In questa scia possiamo supporre che il triste presagio della spada ha svolto la funzione di basso continuo in tutta l’esistenza della Madre di Gesù, pur ammettendo momenti di serenità e di gioia a livello di vita cosciente;
2. “Angosciati ti cercavamo” (Lc 2,48). Questa dichiarazione di Maria al Figlio dodicenne ritrovato nel tempio tra i dottori della legge, riassume i tre giorni di affannosa ricerca dei genitori di Gesù da quando si sono accorti della sua assenza. Maria sperimenta un vivissimo dolore, condiviso anche da Giuseppe: “Angosciati ti cercavamo”. Per comprendere questa “profonda, angosciosa preoccupazione per il figlio amato”, bisogna ricordare che il termine qui adoperato ritorna ancora tre volte in Luca. Due volte esso designa lo “spasimo” fisico e spirituale del ricco epulone nella fiamma dell’inferno. Un’altra volta indica il doloroso stato d’animo dei cristiani di Mileto che si congedano da Paolo nella convinzione di non rivederlo mai più. Si tratta quindi per Maria di un dolore straziante, di un tormento infernale, dell’“indicibile angoscia dei genitori che vedono scomparire i loro figli (fughe, rapimenti)”. Ella sperimenta in tutto il suo essere il tormento di ogni madre costretta a separarsi dai figli o da essi per vari motivi abbandonata;
3. “Stava presso la croce di Gesù sua madre” (Gv 19, 25). Dobbiamo ammettere che Giovanni non si preoccupa di comunicarci l’eventuale pianto della Madre di Gesù. In questo senso ha ragione sant’Ambrogio quando osserva: “Leggo che era presente, non leggo che piangeva”. Infatti resta fuori della prospettiva giovannea offrire informazioni di ordine psicologico o di cronaca: egli mira al significato storico-salvifico. Ma il fatto che Gesù chiami “donna” sua madre, ricorda la profezia della donna partoriente che genera in un giorno il popolo di Dio (Is 66, 7-8), cui Gesù si richiama quando descrive la partecipazione dei discepoli alla Passione come un parto doloroso: “La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora” (Gv 16, 21-22).

La devozione all’Addolorata si afferma nel Medioevo quando si riscopre l’umanità di Gesù, in particolare nei misteri dell’infanzia e della redenzione. Dopo Anselmo e Bernardo, l’ignoto autore del Libro sulla passione di Cristo e sul dolore e sul pianto di sua Madre attira l’attenzione sulle sofferenze del Figlio e della Madre. Intanto nel XIII secolo fioriscono le laudi popolari che inneggiano a Maria e si soffermano sul pianto della Vergine (tra cui lo Stabat Mater) e viene fondato l’Ordine dei Servi di Maria (1223). Anche l’arte pittorica non solo umanizza la Vergine fino a raffigurarla svenuta nella scena della crocifissione, ma la rappresenta con il petto trafitto da una spada, anzi, in concomitanza con la devozione dei Sette dolori, le spade diventano sette. Nel 1423 la celebrazione liturgica dell’Addolorata si fissa al Venerdì di Passione. Innocenzo XI istituisce nel 1688 un’altra festa per la terza domenica di settembre (trasferita al 15 settembre da Pio X). Ad opera dei Servi di Maria si sviluppano numerose devozioni: la Corona dei Sette dolori (secolo XVII), la Via Matris (a Roma, a San Marcello al Corso, dal 1836), il Mese di settembre (dalla metà del XIX secolo). Poiché Dio ha preservato Maria dal peccato ma non dalla sofferenza, il popolo cristiano s’identifica con l’Addolorata, scorgendo nel suo dolore il proprio dolore. Per questo “il mistero della partecipazione della Vergine, addolorata, alla passione e morte del Figlio è probabilmente l’evento evangelico che ha trovato più intensa e vasta risonanza nella religiosità popolare”.
In particolare, a partire dal XIV secolo, si sono codificati i Sette dolori di Maria in riferimento a sette episodi evangelici: la profezia della spada, la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù al tempio, l’incontro di Gesù sulla via del Calvario, la presenza di Maria sotto la croce, la deposizione o la “Pietà” e, infine, la sepoltura di Gesù. Nel 1986 i Servi di Maria propongono un nuovo formulario strutturato in base alla “categoria biblica del ‘rifiuto’, di profonda valenza teologica e assai presente nella vita di Gesù”: nasce nella grotta, segno di contraddizione, perseguitato da Erode, rifiutato dai  nazaretani, arrestato dai sommi sacerdoti e abbandonato dai discepoli, muore in croce e continua ad essere perseguitato nei suoi discepoli.
Giovanni Paolo II ci introduce nel significato profondo del Planctus Mariae attraverso i secoli e sulla sua funzione modificatrice dei costumi, affermando: “Pur provata dalla sofferenza, Maria è esempio di composto dolore, aperto alla speranza della risurrezione di Gesù. Ella pertanto ha contribuito efficacemente alla cristianizzazione del cordoglio di fronte alla perdita dei propri cari. Ha liberato i cristiani dalla disperazione e li ha aiutati a dire di sì alla vita nonostante la negatività della morte”.

Circa il dolore di Maria alla morte del Figlio si sono applicate a lei due reazioni del cordoglio funebre: il “parossismo”, che consiste in urla, lamenti, percussione del petto e graffi del volto, e l’“attassamento” o stato di ebetudine stuporosa e “di immobilità fisica che riflette un vero e proprio blocco psichico più o meno accentuato”. Così l’arte medievale (vedi il Pianto delle Marie, di Nicolò dell’Arca), raffigura Maria mentre urla e si lamenta, oppure svenuta ai piedi della croce. Generalmente la Chiesa batte una via intermedia: esclude il parossismo e l’attassamento e attribuisce a Maria una sofferenza profonda, esternata in un pianto sommesso. È la linea seguita dallo Stabat Mater, in cui l’interiore patire della Vergine “si ravviva e si umanizza in un contemplare velato di lacrime”. Il pianto di Maria non è disperato, non solo perché sa che il Figlio muore per la salvezza degli uomini, ma pure perché crede nella promessa della risurrezione.
Il modello che offre Maria è particolarmente efficace per cristianizzare il cordoglio funebre. Più che prediche e canoni occorreva un modello con funzione trasfiguratrice del lamento rituale. Come osserva il sociologo Ernesto De Martino, “il grande strumento pedagogico del nuovo ethos cristiano di fronte alla morte fu la figura della Mater dolorosa, così integralmente umana nel suo dolore per il Figlio morto, e tuttavia così interiore e raccolta nel suo silenzioso ‘stare’ velato di lacrime davanti alla croce”.
Nei periodi tardomedievale e moderno emerge il fenomeno delle lacrimazioni mariane, ignoto nell’epoca patristica. Nel 1489 a Pennabilli nelle Marche “un’immagine, dipinta a olio sul muro, della Vergine Maria iniziò improvvisamente a lacrimare. L’avvenimento provocò grande scalpore”. Seguono quelle di Assisi (1494), Treviglio (1522) e Dongo (1553), dove le immagini di Maria lacrimano e danno origine a santuari. Non occorrerà attendere molto per trovare le
prime lacrimazioni di sangue: quella di un’immagine a Ponte Nossa (Bergamo) nel 1511; quella di una statuetta della Madonna troneggiante su una grande falce lunare, che nel 1583 a Copacabana (Bolivia) cambia i tratti del volto e versa lacrime di sangue, e quella avvenuta nel 1598 a Mesagne (Brindisi) dove un’immagine di Maria fu vista da numerose persone lacrimare sangue. Nei secoli seguenti si ripetono e si alternano apparizioni della Madonna piangente e lacrimazioni di statue. Le più note, anche perché approvate dai vescovi, sono l’apparizione a La Salette (1848) e l’evento di Siracusa dove un quadretto del Cuore immacolato di Maria ha pianto per 4 giorni (1953). Un problema posto sul tappeto da Pio XII riguarda la compresenza nella persona glorificata di Maria della gioia escatologica e insieme di una sensibilità alla situazione difficile dei cristiani e delle loro comunità. Il pontefice lo aveva risolto negando a Maria assunta in cielo qualsiasi sofferenza incompatibile con il suo stato glorioso, ma anche escludendo in lei ogni insensibilità e affermando amore per i suoi figli ancora  pellegrinanti: “Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre dolore né mestizia; ma ella non vi rimane insensibile, ché anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano, cui fu data per Madre allorché, dolorosa e lacrimante, sostava ai piedi della croce, ove era affisso il Figliuolo”. La riflessione teologica ha cercato di spiegare questa condizione paradossale della Vergine, glorificata ricorrendo ai vari strati compresenti nella psicologia umana e alla felicità più piena correlata alla fase finale dell’escatologia. Per il cardinale Martini “la felicità dei santi non è così imperfetta da non accettare di coinvolgersi nell’umana infelicità”.

(Stefano De Fiores)

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