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13/08/2017

San Giovanni Berchmans

È il primo dei cinque figli di Carlo Berchmans, un conciatore di pelli di Diest, in Belgio, chiamato due volte alla carica di “scabino”, pubblico amministratore con funzioni anche di giudice. Figlia di un borgomastro è sua madre Elisabetta, che si ammala gravemente nel 1609, quando lui ha dieci anni. Due zie si occupano dei suoi fratelli, e lui nell’ottobre dello stesso anno entra nel convitto di Padre Pietro van Emmerick, parroco di Nostra Signora a Diest e suo primo maestro spirituale. A dodici anni lo richiamano a casa: le sofferenze della madre si sono inasprite, la famiglia è in povertà, impossibile farlo studiare. Poi si riesce a trovargli un posto di servitore presso un canonico di Malines, e lui può frequentare come esterno il seminario minore: ha già deciso di farsi sacerdote; e suo padre è d’accordo. Nel 1615 si apre a Malines un collegio dei gesuiti. Giovanni vi entra solo per completare gli studi letterari. Ma poi lo attirano verso la Compagnia di Gesù la serietà degli studi, il modo di praticare la fede, e infine una biografia che gli accade di leggere: quella dell’italiano Luigi Gonzaga, dei signori di Mantova, morto nella Compagnia a ventitre anni nel 1591, e già beatificato da Paolo V Borghese nel 1605. Così decide di farsi gesuita, contrariando il padre a causa del voto di povertà che delude certe sue speranze. Ma Carlo Berchmans finirà con l’accettare la scelta e dopo la morte della moglie, deciderà di farsi egli stesso sacerdote.

Nel 1618, dopo il noviziato, i superiori di Malines mandano Giovanni a Roma, per completare la sua formazione al Collegio Romano. Qui i suoi studi sono una catena di successi. Diventa “prefetto” dei novizi, e di lui ha grande stima il generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, che governerà i gesuiti per trent’anni (la massima carica dell’Ordine è a vita): “Questo fiamminghetto” dice “mi sembra un angelo”. Per Giovanni, il traguardo sarebbero le missioni lontane della Compagnia: in Cina, dove Padre Matteo Ricci è arrivato nel 1592; o l’India, raggiunta da Padre Roberto de Nobili nel 1606. E sembra non accorgersi che la sua terra di missione è invece lì, tra i novizi che gli vengono affidati nella scuola superiore dell’Ordine. Si rivela evangelizzatore lì, col suo modo di vivere lo studio, la preghiera e l’obbedienza come fonti di gioia. E così è per la penitenza che affronta come sfida, al modo dell’atleta che alza via via l’asticella del salto in alto, per superarla ogni volta. Il suo perenne sorriso è quello di un vincitore, e gli procura il soprannome di “frate Ilario”. Nell’agosto del 1621, ritornando da un dibattito filosofico, viene colpito da violente febbri e da un’infiammazione polmonare, e ne muore in pochi giorni a soli ventidue anni. Papa Leone XIII lo proclamerà santo nel 1888. Il suo corpo è custodito a Roma nella chiesa di Sant’Ignazio.

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