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  • 22 gennaio

14/01/2018

San Felice di Nola

L’hanno venerato come santo appena morto; la Chiesa lo ricorda sempre, e tuttavia non ci sono giunti scritti di contemporanei su di lui. Felice, figlio di un nobile d’origine siriana, è nato in Campania; un fratello è entrato nell’esercito romano e lui è diventato sacerdote a Nola (Napoli). Abbiamo queste notizie da un suo postero: san Paolino, nato a Bordeaux, governatore romano in Campania, poi tornato negli stessi luoghi come sacerdote, e infine vescovo di Nola, morto nel 431. Al tempo appunto del suo governatorato, Paolino vede la tomba di Felice, morto tanto tempo prima, in una località non lontana da Nola, detta Coemeterium, dove ci sono sepolcri di martiri cristiani (è la cittadina di Cimitile del XX secolo, con le sue testimonianze paleocristiane e medievali). Paolino sente parlare di Felice dai moltissimi pellegrini che vengono presso la sua tomba ogni 14 gennaio (e si sono dovuti anche costruire locali per ospitarli). Da questi racconti via via tramandati, Paolino trae l’identikit storico-leggendario di Felice, e quando ritorna in Campania come sacerdote fonda un centro di preghiera appunto a Cimitile, vicino allo tomba del santo. Per la festa annuale, poi, scrive componimenti poetici in suo onore, raccontandone la vita come l’ha appresa dai fedeli. Felice dunque, dopo l’ordinazione sacerdotale diventa una sorta di braccio destro del suo vescovo Massimo, che già vede in lui il proprio successore. Ma   ecco arrivare una persecuzione contro i cristiani: forse quella del 257-58 sotto l’imperatore Valeriano. Il vescovo Massimo trova rifugio nelle campagne, mentre Felice rimane a Nola, a rappresentarlo. In tutto lo rappresenta, a cominciare dalla sofferenza. Viene arrestato come tanti altri cristiani rimasti fermi nella fede. Subisce maltrattamenti e anche torture, ma non sembra che in questa persecuzione ci siano condanne a morte. Uscito infine dal carcere, riconduce in salvo a Nola il vescovo Massimo e gli resta vicino fino alla morte. Dopodiché vogliono fare vescovo lui, che intanto è sfuggito a un altro sussulto della persecuzione. Egli invece fa conferire l’episcopato al confratello Quinto, esercitando in umiltà il ministero di prete fino alla morte. Si mantiene coltivando un terreno come affittuario, e divide il raccolto con i poveri. Ha un solo vestito. Se gli accade di possederne due, scrive Paolino, dà il migliore a qualcun’altro. La sua gente vede in lui un dispensatore di gioia, e così ne tramanda la memoria attraverso le generazioni. Un ricordo vivo, soprattutto per voce popolare, a partire dal giorno della sua morte, il 14 gennaio del 313. E sempre rinnovato anche oggi, soprattutto a Cimitile, di cui è patrono.

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