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13/07/2018

Beato Jacopo da Varazze di Andrea Dué

Jacopo da Varagine o da Varazze fu autore, nella seconda metà del XIII secolo, della Legenda aurea (Leggenda aurea), una raccolta di vite e leggende dei santi che ebbe un successo clamoroso per secoli, ricopiata e poi stampata in innumerevoli edizioni e traduzioni. Della vita di Jacopo sappiamo poco: che nacque a Varazze, in Liguria, nel 1228, che dalla sua terra prese il nome, sovente cambiato in Varagine, parola che un copista distratto trascrisse in Voragine, per cui talvolta è detto Jacopo da Voragine. Sappiamo anche che, nel 1244, entrò nell’ordine dei frati Predicatori, fondato,pochi decenni prima da Domenico di Guzmán, che si fece stimare per carità e sapienza, che fu fatto priore nel 1265 e, nel 1267, provinciale della Lombardia, regione che, all’epoca, comprendeva anche la Liguria. Amante specialmente dello studio e della scrittura, nel 1285 chiese di essere esonerato da questo incarico, quindi nel 1288 rifiutò la nomina prestigiosa a arcivescovo di Genova, nomina a cui però non poté sfuggire quattro anni dopo, allorché l’intero popolo della metropoli della Lanterna lo reclamò suo pastore. Quanto l’arcivescovo Jacopo abbia operato per la pace e l’unità civica, esponendosi nelle faide fra le  potenti famiglie genovesi (Doria, Spinola, Fieschi e Grimaldi) che insanguinavano la città, lo narrano con dovizia le cronache del tempo. Per sei anni l’arcivescovo donò il suo spirito di carità alla città, prodigandosi per alleviare al suo popolo miseria materiale e spirituale.

Infine morì il 14 luglio 1298. L’eredità principale che Jacopo da Varazze lasciò al suo tempo e a quelli avenire furono lo studio e gli scritti, tutti di tendenza moraleggiante: i Sermoni, i Commentari su sant’Agostino, la Cronaca di Genova dalla sua fondazione al 1295 e, soprattutto, il capolavoro: la Legenda aurea, scritta in latino, perché potesse essere letta in tutti i paesi. Il suo successo ha pochi precedenti; nei due secoli successivi alla morte del suo autore, la Legenda fu tradotta e copiata in tutte le lingue europee, e molte edizioni a stampa videro la luce nell’epoca degli “incunaboli”, nella seconda metà del XV secolo. Nel Cinquecento l’opera cadde in discredito. In quell’epoca di avanzamento delle conoscenze scientifiche, favorito dallo spirito della Riforma protestante, si misero in risalto le tante incongruenze storico geografiche, e col discredito della “cornice” si perse interesse al contenuto, morale sì, ma anche bizzarro, divertito e divertente. Jacopo l’aveva pensata non tanto come opera letteraria ma, soprattutto, perfornire materiali per i sermoni nelle chiese. La chiamò “Leggenda” infatti, non nel significato moderno del termine, ma in quello latino di testo da leggersi; ossia storie dei santi da leggersi il giorno della loro festa.

Nelle prime edizioni ebbe il titolo di Vite, o Leggende dei santi, e perfino di Lonbardica Historia (Storia Longobarda). Più tardi l’aggettivo aurea volle esprimerne il valore. La migliore edizione critica in latino è quella del 1846, in base alla quale fu fatta una traduzione in toscano trecentesco pubblicata nel 1924. Jacopo affrontò la stesura della Legenda con le attitudini e il punto di vista di uno storico, sebbene con le limitazioni critiche imposte dai suoi tempi. Consultando tutte le fonti agiografiche e storiche che poté reperire, spesso ne diede conto al lettore, citando le Vite dei Padri, i Dialoghi di Gregorio Magno, la storia ecclesiastica, e così via. Spesso, quando l’agiografia di un santo assume toni di evidente esagerazione o incongruenza, egli strizza l’occhio al lettore, con l’avvertenza di non prendere tutto per oro colato. È stato detto che talvolta ha ricopiato o comunque plagiato testi più antichi, ma come è possibile escludere interpolazioni in un’opera copiata, un codice da un altro, innumerevoli volte in tante lingue diverse, con la necessità magari di accontentare il committente che desiderava l’inserimento del suo santo preferito, o la versione preferita di una leggenda?

Certo è che le storie autentiche di pugno di Jacopo sono immediatamente riconoscibili dallo stile coscenzioso e poetico, semplice e divertente, partecipe di quell’incanto che, in pittura, si ritrova nel Beato Angelico che, difatti, tanto si ispirò proprio alla Legenda. Cosa che fecero del resto tanti artisti fino al concilio di Trento, basti citare la Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca. La Legenda aurea è un grandioso affresco degli eroi della Chiesa. Inizia con un prologo sull’anno diviso in quattro parti dal senso allegorico, seguito da 177 capitoli, ognuno dedicato alla vita di un santo o a una particolare ricorrenza della Chiesa, seguendo l’ordine del calendario. Ogni vita raccoglie aneddoti che servano a esempio per i sermoni. Vi campeggia la fede pura e cristallina che può tutto: dividere le fiamme, come riattaccare membra mutilate; mettere in bocca alle fanciulle più ingenue le risposte più sagacie, sempre, mettere in fuga e farsi beffe del demonio, sconfitto nonostante le spoglie fantasiose di cui si maschera per sedurre e ingannare. Le sue fonti sono serissime: Eusebio, Cassiodoro, Girolamo, Agostino, Beda, Bernardo, talvolta confrontate tra loro. E non mancano le vite degli eroi contemporanei, dei grandi santi del suo secolo: Francesco, Domenico, Antonio di Padova, Bonaventura. Non bisogna dimenticare che Jacopo fu uomo di vastissime letture, fra le quali non si possono escludere quelle di argomento cavalleresco, tanto rinomate al suo tempo. Talvolta sembrano riecheggiare nell’ardimento delle gesta narrate, nel gusto dell’affermazione lapidaria e teatrale.

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