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Pier Paolo Pasolini

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Pier Paolo Pasolini era un intellettuale.
Cosa significa?
Che usava l’intelletto, cioè pensava.
“Bella scoperta”, si potrebbe contestare. “Tutti pensiamo!”
Certo, ma c’è modo e modo di farlo. E ci sono numerose differenze tra il pensare di un intellettuale e il pensare del restante 99% della popolazione.
Quali?
Visto che noi intellettuali non lo siamo, proseguiamo un po’ a tentoni e ne elenchiamo alcune, le più evidenti e banali.
La prima riguarda l’oggetto del pensare.
La maggior parte della popolazione rivolge la propria attenzione alle urgenze quotidiane: la salute, il lavoro, la famiglia… questioni serie, antiche quanto l’essere umano, che banalmente (si fa per dire) ci permettono di sopravvivere. L’intellettuale fa un passo in più o, meglio, non si accontenta. Vola alto, a costo di fare la fine di Talete che, racconta Platone nel "Teeteto", mentre studia gli astri e guarda il cielo, cade in un pozzo (e viene preso in giro da una servetta tracia, donna sveglia e concreta).
La seconda differenza riguarda il modo in cui lo fa.
Il fatto che ci dedichi tutto se stesso, ogni fibra del suo corpo. Che sia capace di dubitare con metodo. Che non si limiti alla superficie. Che non si conformi al pensiero dominante e, al tempo stesso, non insegua l’originalità a ogni costo (perché non c’è niente di più banale).
La terza qualità dell'intellettuale è il coraggio, l’onestà, la voglia di portare avanti le proprie idee senza paura e, al tempo stesso, la modestia, la capacità di ascoltare, il rispetto nei confronti dell’altro.
Di sicuro ci saranno altre qualità che differenziano l’intellettuale dalla “massa” pensante. E, probabilmente, Pasolini le incarnava tutte quante.
Perché era un pensatore autentico, anzi “corsaro”. Che non se ne stava buono, al suo posto. E anche se a volte scivolava nel grottesco affrontava la realtà in tutta la sua complessità. E ce la restituiva con tutti i media che aveva a disposizione, inventandosi (con successo) di volta in volta poeta, saggista, narratore, regista, sceneggiatore e via dicendo.
Oggi che cade il cinquantesimo anniversario de “Il Vangelo secondo Matteo”, il suo capolavoro, un “film scolpito nella pietra” come dice l’Osservatore Romano, ripercorriamo brevemente la sua biografia.

 

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, figlio di Carlo Alberto, tenente di fanteria, e Susanna, maestra elementare. Presto la famiglia si sposta: Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Idria, Cremona, Reggio Emilia… fino a quando, terminate le superiori, Pier Paolo si iscrive all’università di Bologna, dove risiede per sette anni, cominciando a comporre poesie in friulano e italiano, e a collaborare con una rivista.
La Seconda guerra mondiale è uno spartiacque decisivo: arruolato nel 1943, l’8 settembre rifiuta di consegnare le armi ai tedeschi e, dopo vari spostamenti, ripara a Casarsa con la madre e Guido, il fratello minore, mentre il padre è prigioniero in Africa.
Pier Paolo tenta di ricostruirsi una vita almeno all’apparenza normale, ma la morte di Guido, volontario partigiano, è una botta terribile, che lo fa vacillare.
Al termine della guerra, Pasolini si laurea con una tesi su Pascoli e si stabilisce definitivamente in Friuli. Lavora come insegnante e, soprattutto, partecipa in modo attivo alla vita politca del Paese, al punti che nel ’47 si iscrive al Pci, nonstante i suoi modi di fare, la sua vicinanza autentica, quasi viscerale al “popolo” lo rendano una specie di extra-terrestre.
Nel 1950 finisce al centro di una tempesta giudiziaria, accusato di corruzione di minore. Si difende poco e male, e la condanna, preceduta dall'espulsione dal Partito e dalla perdita del laovoro, è scontata.

 

È un periodo duro, che lo spinge a lasciare il Friuli e a spostarsi a Roma.
Pasolini fa di tutto per non affondare: lavora come comparsa a Cinecittà, fa il correttore di bozze, vende i suoi manoscritti nelle bancarelle rionali… La vicinanza con gli ultimi, però, con le periferie esistenziali, sono uno stimolo enorme, e produttivo. Cosicché, tra mille peripezie, nel 1954 pubblica “La meglio gioventù” e l’anno seguente “Ragazzi di vita”.
Non basta: nel 1961 realizza il suo primo film da regista, “Accattone”, seguito da “Mamma Roma” (1962), “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), “Uccellacci e Uccellini” (1965) e altri ancora.
Rotti gli ormeggi, Pier Paolo è una nave che affronta e attraversa con determinazione il mare in tempesta: il Sessantotto è un’esperienza che lo affascina, e che sostiene. Tuttavia non si appiattisce: rifiuta le istanze “borghesi”, la banalità di alcune rivendicazione, aspirando a una rivoluzione più autentica e profonda. Come scrive sul Corriere della Sera, con il quale collabora a  partire dagli inizi degli anni Settanta.
La mattina del 2 novembre 1975 una donna si imbatte in un cadavere abbandonato in uno spiazzo erboso nei pressi dell'idroscalo di Ostia. Il referto parla chiaro: Pasolini è stato picchiato, bastonato, travolto a più riprese da un auto. In poche parole: è stato barbaramente assassinato.
Poco tempo prima aveva scritto: “È assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo  grazie  alla  morte,  la  nostra  vita  ci  serve ad esprimerci".