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Oscar Romero

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In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, / vi ordino: non uccidete! / Soldati, gettate le armi... / Chi ti ricorda ancora, / fratello Romero?
Ucciso infinite volte / dal loro piombo e dal nostro silenzio. / Ucciso per tutti gli uccisi; / neppure uomo / sacerdozio che tutte le vittime / riassumi e consacri.
Ucciso perché fatto popolo: / ucciso perché facevi / cascare le braccia / ai poveri armati, / più poveri degli stessi uccisi: / per questo ancora e sempre ucciso.
Romero, tu sarai sempre ucciso, / e mai ci sarà un Etiope / che supplichi qualcuno / ad avere pietà. / Non ci sarà un potente, mai, / che abbia pietà / di queste turbe, Signore? / nessuno che non venga ucciso? / Sarà sempre così, Signore?
(David Maria Turoldo)

 

Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, un piccolo comune nel dipartimento di San Miguel, in El Salvador, da una famiglia modesta e numerosa (è il secondo di otto fratelli). A dodici anni lascia la scuola e lavora come apprendista presso un falegname. L’anno successivo (1930) entra nel seminario minore di San Miguel, retto dai padri claretiani. Tuttavia dopo sei anni, viste le difficoltà economiche in cui versa la famiglia, lascia gli studi e lavora qualche mese nelle miniere d’oro di Potosì, per cinquanta centesimi al giorno.
Nel 1937, ventenne, entra nel seminario maggiore di San José de la Montana a San Salvador, retto dai gesuiti. Nello stesso anno si trasferisce a Roma e frequenta la Pontificia Università Gregoriana: si licenzia in teologia un anno dopo avere ricevuto l’ordinazione sacerdotale (4 aprile 1942).
Rientrato in El Salvador, si dedica all’attività pastorale, e l’11 gennaio 1944 celebra la prima messa solenne a Ciudad Barrios. Nel giro di pochi anni diventa segretario della Conferenza Episcopale Salvadoregna e segretario esecutivo del Consiglio Episcopale dell’America Centrale.
Nel 1970 è nominato vescovo ausiliare di monsignor Luis Chavez y Gonzales, a San Salvador, e nel 1974 prende possesso della diocesi di Santiago de Maria, una terra povera, sfruttata e vessata da un potere che in questi anni ha il volto violento e repressivo delle giunte militari.
Il 12 marzo 1977 viene assassinato padre Rutilio Grande, gesuita, uomo del popolo, da sempre vicino alle rivendicazioni contadine. Il martirio dell'amico colpisce Romero, che ne frattempo è diventato arcivescovo di San Salvador (22 febbraio 1977), e influisce in modo profondo sul suo ministero.
Romero chiede in modo esplicito che le autorità facciano chiarezza sul delitto e, di fronte al muro di gomma contro cui sbatte, minaccia la chiusura delle scuole e l'assenza della Chiesa Cattolica negli atti ufficiali. L’1 luglio non partecipa alle celebrazione di insediamento del neo-eletto presidente, il generale Carlos H. Romero, espressione perfetta di un regime violento, che uccide gli oppositori, sfama i poveri e non stenta ad allearsi con squadroni della morte e organizzazioni  paramilitari.

 

Romero insiste. Critica il potere e i suoi interpreti in modo esplicito. Diventa la voce degli ultimi; le sue messe sono affollate, le omelie trasmesse dalle radio e pubblicate sui giornali. È una figura scomoda, che spiazza gli ambienti più conservatori della Curia: “Non vogliamo essere giocattoli dei potenti della terra", dice, "ma vogliamo essere la Chiesa che porta il Vangelo autentico, coraggioso, di nostro Signore Gesù Cristo, anche quando fosse necessario morire come Lui sulla croce”.
Durante l’omelia del 17 febbraio 1980 legge la lettera scritta al presidente Carter, per chiedergli di non offrire aiuti militari ed economici al governo salvadoregno, di non essere complici. Per tutta risposta, il presidente americano scrive in Vaticano chiedendo che Romero sia allontanato dal Salvador.
Le pressioni su di lui sono sempre più pressanti, le minacce di morte più frequenti.
Romero non si arrende, non abbassa la testa.
Il 23 marzo 1980 pronuncia la celebre omelia: “Vorrei rivolgere un invito particolare agli uomini dell’esercito... Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini; ma davanti all’ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere […]. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può rimanere in silenzio di fronte a così grande abominazione [...]. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione”.
Il 24 marzo celebra messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, dove risiede. L’assassino spara proprio mentre Romero sta elevando l’ostia. Lo colpisce alla giugulare. Lo uccide sul colpo. 
Nel 1997 la Chiesa cattolica istituisce la causa di beatificazione. Che resta sospesa fino a quando, come racconta Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e postulatore della causa, l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, il papa che viene “dalla fine del mondo”,produce un’accelerazione decisiva.

Papa Francesco, con proprio decreto del 3 febbraio 2015 ha  riconosciuto il martirio in odium fidei di monsignor Romero, che è stato proclamato beato in San Salvador, il 23 maggio 2015. La sua festa è stata fissata al 24 marzo, giorno della sua uccisione, la stessa giornata è stata proclamata dalle Nazioni Unite giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. 
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