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L'eclissi della speranza

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È inutile che ci giriamo intorno. Possiamo voltare la faccia da una parte, possiamo voltarla dall’altra, ma le cose non cambiano. E la crisi non scompare.
L’arrivo travolgente di papa Francesco ce lo ha dimostrato. Ci ha dato entusiasmo, ci ha scosso nel profondo. Ci ha fatto volare alto, ci ha donato il sorriso. Abbiamo pensato: ricominciamo. Ma non è facile farlo quando si hanno i piedi immersi sotto metri di fango. 
Eppure in redazione ci eravamo detti: basta, siamo saturi. A parlarne non facciamo che peggiorare la situazione, a rigirare il dito nella piega. Più diciamo che c’è la crisi più la percepiamo. Ci siamo illusi che ci fosse una buona componente piscologica.  
Non è così, ci siamo sbagliati.
I dati diffusi dall’Istat parlano chiaro: il reddito disponibile delle famiglie è diminuito del 2,1% nel 2012, il potere di acquisto del 4,8% (e continua a peggiorare), la propensione al risparmio è pari all’8,2%, meno 0,5% rispetto al 2011, il dato più basso dal 1990. I conti delle aziende sono in perdita. I prestiti bancari sempre più radi.  
I fatti di cronaca sono ancora più crudeli: il 5 aprile una coppia di anziani di Civitanova Marche si è tolta la vita. Il fratello della donna li ha seguiti. Non ce la facevano più. Era travolti dai debiti. Da ciò che i debiti comportano. C’è chi ha la forza di fare finta di niente, di fregarsene. E c’è chi ha la forza per affrontare la situazione, per contestarla. E c’è, invece, chi questa forza non ce l’ha. Chi si fa prendere dal panico. O dalla paura. O dalla delusione. O dalla vergogna. Chi nel silenzio della sua casa, l’unica cosa che gli rimane, accumula bollette su bollette, ingiunzioni su ingiunzioni. Tutte con quel linguaggio freddo, burocratico. Che non consente repliche, che non lascia spazio all’umanità. Alla speranza. O paghi o paghi, non hai scelta.  
I debiti diventano un’ossessione, una colpa che pervade ogni istante della giornata. Sono il primo pensiero quando ti svegli, l’ultimo quando vai a dormire. Sono un eco che rimbomba nella testa e che occupa ogni pensiero. Sono un respiro che non riesci a respirare, un cappio che si stringe sempre più stretto. E ti fa dire: “Questa non è vita…”. 

 

In occasione del funerale di Romeo Dionisi, Anna Maria Sopranzi e di suo fratello Giuseppe, il vescovo di Fermo, mons. Luigi Conti, ha tenuto un’omelia molto bella, e intensa: “Non potete immaginare”, ha detto, “quante persone mi chiedono aiuto, ma ultimamente sono spaventato. Non sono solo gli operai, ma anche gli imprenditori”. Le persone hanno il fiato corto. Anzi, non ce l’hanno più: “Coloro che ci governano facciano presto”. Mettano da parte interessi, posizioni e contrapposizioni. Pensino al Paese. Che non è qualcosa di illusorio, non è un nome o un’istituzione. Ma è una realtà fatta di volti, speranze, progetti di vita. Di anziani che allungano le file della Caritas, di giovani che non trovano lavoro, e non certo perché sono choosy, di stranieri che sono venuti in Italia con il miraggio di una vita migliore e restano ingarbugliati nelle reti della burocrazia e dello sfruttamento. 
Siate presenti, ha detto monsignor Conti, che è anche presidente della Conferenza Episcopale delle Marche, non perdete tempo:  “Dobbiamo tornare alla Genesi, dove ci sono due domande dopo il peccato originale: il Signore chiede ad Adamo 'Dove sei?', e la seconda, a Caino, 'Dov'è Abele?'. Questa domanda è per noi: 'Dove sono Romeo, Anna Maria e Giuseppe? Caino”, ha continuato, “risponde con un’altra domanda: 'Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?'. Ecco il punto critico di questo momento storico, la domanda 'sono forse il custode'?. Eppure è così, ognuno di noi ha questa vocazione di custode dell’altro”.Non pensiamo solo a noi stessi, e non chiudiamoci in noi stessi. Chiediamo aiuto se ne abbiamo bisogno. Diamo aiuto se ne abbiamo occasione. Non isoliamoci. Non pensiamo di essere soli. Non lasciamoci mangiare dalla paura: “Forse la condizione in cui erano entrati Romeo, Anna Maria e Giuseppe era il buio totale, un’eclissi, ma sono certo che se hanno chiesto perdono a noi forse l’ultimo pensiero è stato: Padre ci consegniamo te”.