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Il presidente Mattarella

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Sergio Mattarella nasce a Palermo il 23 luglio 1941 e cresce in un ambiente appassionato (basti pensare che il padre, Bernardo, è stato membro dell’Assemblea Costituente e titolare di diversi ministeri tra gli anni Cinquanta e Sessanta, oltre che amico e confidente di don Luigi Sturzo).
Il futuro presidente si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma e lavora come avvocato presso un importante studio legale di Palermo, dove, nel contempo, diventa docente di Diritto parlamentare .
La politica, però, è un richiamo troppo forte, che accoglie iscrivendosi prima alla Gioventù Studentesca poi alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Ma è al principio degli anni Ottanta che diventa qualcosa di più che una semplice passione (sempre che le passioni possano essere semplici…): di fronte alle uccisioni del fratello Piersanti, allora presidente della Regione Siciliana, di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e del generale Carlo Alberto dalla Chiesa per mano della criminalità organizzata Sergio Mattarella decide di “sporcarsi le mani”. Sostenuto dal segretario della Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita, si candida e viene eletto alla Camera dei Deputati, diventando una figura di primo piano della cosiddetta "corrente morotea", di cui fanno parte Moro, ovviamente, e Zaccagnini.
È l’inizio di una carriera brillante, portata avanti con la serietà e il rigore che il ruolo, e la politica in generale, richiedono. Mattarella non è un “venditore di sogni” né un “incantatore di serpenti”, non si esibisce, non promette. Tiene un profilo basso e rigoroso. Senza essere per questo meno determinato: “In politica”, scrive Giampaolo Pansa nel 1989, “è tenacissimo e insistente, come la goccia che cade. […] Talvolta la goccia è più efficace del torrente in piena”. 
Nel 1987 diventa ministro della Repubblica, ma si dimette due anni più tardi in seguito all’approvazione della “legge Mammì” (relativa al riassetto del sistema radiotelevisivo nazionale). Tuttavia non abbandona la "militanza", al contrario: nel 1992 diventa direttore de “Il Popolo”, l’organo del partito, e si occupa della riforma del sistema elettorale (il cosiddetto “Mattarellum”). Ancora: nel 1994 partecipa alla fondazione del Partito Popolare Italiano, che nasce sulle macerie della DC, ferita a morte dal ciclone Tangentopoli, ma che abbandona due anni più tardi, quando il partito – guidato da Rocco Buttiglione – pare appiattirsi sulla neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi. 
Dopo avere sostenuto la candidatura di Romano Prodi alla guida de L’Ulivo e aver assunto diversi incarichi istituzionali  (da vicepresidente del Consiglio a ministro della Difesa), diventa giudice della Corte costituzionale (2011).

 

Il 31 gennaio 2015 è eletto presidente della Repubblica: “Avverto pienamente la responsabilità del compito che mi è stato affidato”, dice durante il giuramento. E prosegue delineando il modo di intendere il compito al quale è chiamato (“nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione.  È una immagine efficace. All’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L’arbitro deve essere - e sarà - imparziale.  I giocatori lo aiutino con la loro correttezza”). 
Il dodicesimo presidente della Repubblica italiana parla dei giovani (che non riescono più a sognare) e degli anziani (abbandonati a se stessi, dimenticati) – e sembra riproporre il tema delle “periferie esistenziali” caro a papa Francesco. Sostiene la necessità di avvicinare le istituzioni al popolo, sbloccando le energie che scorrono sotterranee nella società, e di intendere la politica come “servizio al bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti”. Definisce la lotta alla mafia e alla corruzione “priorità assolute”. Rifiuta ogni estremismo e, al tempo stesso, ammonisce che “considerare la sfida terribile del terrorismo fondamentalista nell’ottica dello scontro tra religioni o tra civiltà sarebbe un grave errore”. Parla di accoglienza e solidarietà, di cultura e innovazione, di Europa (come “frontiera di speranza”) e del mondo che travalica e si impone sui “fortini degli Stati nazionali”.
Vola alto, il presidente, incarnando una volontà di uscire dalle sabbie mobili del presente, e di “ridare al Paese un orizzonte di speranza".