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Don Tonino Bello

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Venerdì 20 aprile Papa Francesco si recherà in visita pastorale ad Alessano (Lecce), e a Molfetta (Bari) . Occasione, il 25esimo anniversario della morte di monsignor Tonino Bello. Un vescovo dalle scelte forti e coraggiose.

Nato il 18 marzo 1935 ad Alessano, un piccolo paese in provincia di Lecce, in un ambiente semplice e modesto di tradizione contadina, Antonio Bello è ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957, appena ventiduenne, e l’anno seguente diviene vice-rettore e poi rettore del seminario diocesano di Ugento, che egli stesso ha frequentato. Alla fine degli anni Settanta è parroco di Tricase e, nell’estate del 1982, vescovo della diocesi di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e Ruvo.
La sua pastorale si caratterizza da subito per l’attenzione nei confronti degli ultimi, degli emarginati, di coloro che rimangono indietro o al di fuori, a volte dalla stessa Comunità. Nonostante il ruolo e il nome che lo definisce (Sua Eccellenza Monsignor Antonio Bello), per tutti è e rimane don Tonino, un uomo attento, disponibile, capace di ascoltare: “Coraggio”, ripete di frequente, “non temere”.
Nel 1985, diventa presidente di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace, che guida per otto anni con forza e determinazione, e che, in continuità con l’insegnamento evangelico, schiera, di volta in volta, contro la guerra nel Golfo e quella in Jugoslavia, contro il potenzialmente del polo militare a Crotone e a Gioia del Colle.
Ha un modo di fare “scomodo”, a volte irruento. Tonino lo sa, ne è consapevole: "Sono un buono a nulla", dice di sé, "ma capace di tutto perché consapevole che, quanto più ci si abbandona a Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno”.
La vicinanza al “popolo” lo porta a un’attività instancabile (quel tipo di atteggiamento che egli stesso definisce “contemplattivo”): nel giro di pochi anni, promuove la fondazione di gruppi Caritas in ogni parrocchia, fonda la Casa per la Pace, la comunità di recupero per tossicodipendenti Apulia e un centro accoglienza per immigrati (con una piccola moschea per i “fratelli musulmani”).

 

A questo proposito, dice: "Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Si, perché di solito, la stola richiama l’armadio della sacrestia dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta e i suoi ricami (…) Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia (…) […] Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo. Il quale Vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di un panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale: Allora Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse un asciugatoio e si mise a servire. Ecco la Chiesa del Grembiule. È una fotografia bellissima della Chiesa (…) Vuole dire soffrire, lavare i piedi alla gente, al mondo".
Il 20 aprile 1993, dopo una lunga malattia, Don Tonino si spegne nel suo letto, circondato dall’affetto della sua gente.  
Il 27 novembre 2007 la Congregazione per le Cause dei Santi ha avviato il processo di beatificazione.

 
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