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Beata Vergine Maria del Rosario

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Il nome Rosaria s’impone alle bambine, come quello di Rosario dato ai bambini, per devozione alla Madonna del Rosario, raffigurata mentre consegna la corona del rosario a santa Caterina da Siena mentre Gesù la porge a san Domenico. La più nota di tali immagini è la Madonna di Pompei, diffusa in tutto il mondo dal beato Bartolo Longo, che la collegò con la Supplica da recitarsi l’8 maggio e il 7 ottobre. Il rosario prende nome dal latino rosarium perché le Ave Maria che lo compongono formano come un rosaio, una corona di rose offerte a Maria.
Secondo recenti ricerche storiche, il rosario non è sorto tutto d’un colpo, ma si è sviluppato gradualmente in un lungo periodo in cui intervengono non solo i domenicani, ma anche altri ordini religiosi. Il rosario sorge come salterio della beata Vergine Maria verso il Mille, quando i laici o conversi illetterati, non potendo recitare in latino i 150 salmi, li sostituivano con 150 Padre nostro o Ave Maria. Intorno al 1300 le monache cistercensi presso Treviri aggiungono all’Ave il nome di Gesù e anche 98 clausole che ricordano gli eventi evangelici: “Gesù adorato dai magi… tentato dal diavolo… che ha inviato ai suoi lo Spirito Paraclito”. Il certosino Enrico di Kalkar (morto nel 1408) prende l’iniziativa di dividere la serie di 10 Ave Maria con il Padre nostro, mentre il suo confratello Domenico di Prussia (morto nel 1460) riduce a 50 le Ave e le fa terminare con le clausole cristologiche: 14 per i misteri della vita nascosta, 6 per quelli della vita pubblica, 24 per la Passione e 6 per la glorificazione. Spetta al domenicano Alano della Rupe (morto nel 1475) ritornare alle 150 Ave, che costituiscono il salterio di Maria Vergine, suddivise in quindici decine e raggruppate in tre serie di cinque misteri, cioè misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Con l’introduzione della Santa Maria (a cominciare dal 1483) e del Gloria al Padre (agli inizi del Seicento) il rosario raggiunge la struttura pervenuta fino a noi.

 

Il rosario è quindi descritto da san Pio V nella bolla Consueverunt Romani Pontifices (1569) come “un modo facile e accessibile a tutti e molto pio di pregare e supplicare Dio, chiamato rosario o salterio della beata Vergine Maria, attraverso il quale si venera la stessa beatissima Vergine con la Salutazione angelica ripetuta 150 volte secondo il numero dei Salmi di Davide, interponendo l’orazione del Signore ad ogni decina, con certe meditazioni che illustrano tutta la vita dello stesso Signore nostro Gesù Cristo”. Nello stesso documento il rosario è legato alla lotta e vittoria prima sugli albigesi al tempo di san Domenico, che “divulgandolo per mezzo dei frati del suo ordine (…) le tenebre dell’eresia furono respinte e fu aperta la luce della fede cattolica”. San Pio V si trova invece di fronte al pericolo turco, per ovviare al quale organizza una lega militare con la Spagna e con la Repubblica di Venezia e convoca alla preghiera mediante la recita del rosario. La vittoria sulla flotta turca a Lepanto (7 ottobre 1571) è attribuita dal pontefice alla Madonna del Rosario, prima ancora che avesse avuto notizia dello svolgersi della lotta. Anche la Repubblica di Venezia dà la stessa interpretazione facendo scrivere nel Palazzo dei dogi: “Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma Maria del Rosario ci ha fatti vincitori”. Con Lepanto si consolida il legame tra il rosario e le vittorie militari, per cui il salterio di Maria diventa sempre più un’arma invincibile. Si contano più di 30 vittorie sui mori o sui turchi attribuite alla Madonna del Rosario. La più importante è la vittoria di Vienna (12 settembre 1683), in seguito alla quale si ribadisce la festa della beata Vergine del Rosario e viene istituita quella del Nome di Maria. Con Pio XII e gli altri pontefici fino a Giovanni Paolo II si supera “l’aspetto battagliero” inesistente alle origini del rosario e costituente una “sovrapposizione alla verità storica” e si colloca questa preghiera in un contesto di pace: “Meditando i misteri del santo rosario, noi impareremo, sull’esempio di Maria, a diventare anime di pace, attraverso il contatto amoroso e incessante con Gesù e coi misteri della sua vita redentrice”. Giovanni Paolo II nell’anno del rosario da lui proclamato (ottobre 2002 - 2003) pubblica la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae in cui lega il rosario alla grande causa della pace e lo considera non già un’arma, ma una “forza” e “una risorsa non trascurabile nel corredo pastorale di ogni buon evangelizzatore”. A Giovanni Paolo II preme offrire “alcuni suggerimenti”, affinché la corona del rosario sia protetta dal divenire “un amuleto” o “un oggetto magico”, ma al contrario questa preghiera venga rinnovata e riscoperta, pur nel rispetto della sua “struttura ampiamente consolidata”. In primo luogo egli ha creduto bene aggiungere ai tradizionali misteri della gioia, del dolore e della gloria, quelli che ci fanno contemplare alcuni momenti significativi della vita pubblica di Gesù, cioè i misteri della luce: Battesimo, Nozze di Cana, Annuncio del regno di Dio, Trasfigurazione ed Eucaristia. Si tratta di “aspetti importanti della persona di Cristo quale rivelatore definitivo di Dio”, che costituiscono una “vera introduzione alla profondità del Cuore di Cristo, abisso di gioia e di luce, di dolore e di gloria”.

 

Poi il papa suggerisce di iniziare con una serie di atti che conferiscano dignità e importanza al rosario. Innanzitutto è opportuno “enunciare il mistero, e magari avere l’opportunità di fissare contestualmente un’icona che lo raffiguri”, per concentrare subito l’attenzione su ciò che si sta per meditare. Ancora più importante è il suggerimento di proclamare “un passo biblico corrispondente” che può essere “più o meno ampio”, cosicché si riconosca la priorità e il primato della Parola di Dio, che è viva ed efficace e di cui il rosario costituisce la meditazione attualizzata. Ma più che aggiungere parole umane alla Parola di Dio, è utile interiorizzarla. Perciò è conveniente che subito dopo si osservi qualche momento di silenzio per meglio fissare lo sguardo contemplativo sul mistero. L’elemento nuovo giunge nella recita dell’Ave Maria, ripetuta 10 volte, quando per sottolineare il suo carattere cristologico, il papa afferma che è “un uso lodevole, specie nella recita pubblica” aggiungere al nome di Gesù “una clausola evocatrice del mistero che si sta meditando”. Questa clausola ha il compito di fissare la mente al mistero impedendole di vagare nella distrazione. Il Gloria al Padre che conclude ogni decina è ritenuto il vertice della meditazione ed è bene evidenziarlo con il canto.
Circa il modo di terminare il rosario il papa suggerisce che ciascun mistero “si concluda con una preghiera volta ad ottenere i frutti specifici della meditazione di quel mistero”. Si eviterà così la genericità dell’invocazione finale esprimendo “con maggiore efficacia il legame del rosario con la vita cristiana”. Quanto alla distribuzione dei misteri durante la settimana, il papa propone – senza alcun obbligo – di dedicare il lunedì e il sabato ai misteri gaudiosi, il martedì e il venerdì ai misteri dolorosi, il giovedì ai misteri luminosi e il mercoledì e la domenica ai misteri gloriosi. Ma è ribadita la libertà di scelta da parte delle comunità e delle persone singole, tenendo conto delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle celebrazioni liturgiche.

 

Più che definire il rosario, Giovanni Paolo II preferisce descriverlo passando dall’aspetto fenomenico di recita, alla sua essenza profonda di contemplazione dei misteri di Cristo in compagnia di Maria. Il rosario consiste in una preghiera vocale e insieme contemplativa dei misteri del Signore, in cui “la comunità cristiana si sintonizza col ricordo e con lo sguardo di Maria”: “Difatti, sullo sfondo delle parole ‘Ave Maria’ passano davanti agli occhi dell’anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Essi si compongono nell’insieme dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, e ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso – si può dire – il Cuore di sua Madre”. Il rosario è un prezioso strumento di contemplazione e di assimilazione dei misteri della salvezza, poiché ciò che Cristo ha operato nella vita terrena, ciò che la Bibbia proclama e la liturgia celebra, il rosario medita e assimila: “L’immergersi infatti, di mistero in mistero, nella vita del Redentore, fa sì che quanto Egli ha operato e la liturgia attualizza venga profondamente assimilato e plasmi l’esistenza”. Il rosario non è essenziale al cristianesimo che ne ha fatto a meno per 1400 anni, ma  ostituisce un unicum della pietà occidentale perché mantiene viva la contemplazione dei misteri della vita di Cristo. Sarebbe un impoverimento privare i fedeli di questa preghiera che mette in comunione con i misteri di Cristo, contemplati dalla specola del Cuore della Vergine Madre. Al contrario, la saggezza pastorale e spirituale invita a valorizzarlo entrando nella sua motivazione più profonda, che è la contemplazione dei misteri.


(di Stefano de Fiores)



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