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19/06/2017

san romualdo (di Giorgio Picasso)

Un santo, Pier Damiani, entrato nell’eremo di Fonte Avellana nel 1035, scrive la Vita di un santo, Romualdo, morto nel 1027. Molto probabilmente non si sono mai incontrati, ma Pier Damiani, condividendo gli ideali di Romualdo, ha potuto raccogliere testimonianze vive nella memoria dei contemporanei, sulla figura di questo eremita, mai soddisfatto dei traguardi raggiunti e sempre in cerca di poter esprimere al meglio il suo amore per Gesù, in un ambiente austero, lontano dal mondo.
Romualdo, nato a Ravenna da famiglia ducale verso la metà del secolo X, intorno al 953, divenne monaco nel monastero di Sant’Apollinare in Classe nella sua stessa città. Insoddisfatto della vita che si conduceva nel cenobio ravennate, spesso coinvolto nei contrasti tra le nobili famiglie cittadine, dopo tre anni, Romualdo decise di lasciare il monastero per seguire un eremita di nome Marino che viveva nell’area lagunare veneta: un uomo pio, ma poco dotato della virtù della discrezione nella pratica della vita eremitica. I due asceti si trasferirono a Venezia, dove la personalità di Romualdo godeva di grande stima. Intorno a lui si costituì ben presto un piccolo gruppo di uomini distinti nella società. A Romualdo e a Marino si unì lo stesso doge Pietro Orseolo I, che lasciò la carriera politica attratto dalla vita solitaria. Altri due nobili veneziani, Giovanni Gradenigo e Giovanni Morosini ne seguirono l’esempio. Quando, nel 978, giunse a Venezia Guarino, abate di San Michele di Cuxà, il famoso monastero dei Pirenei orientali, il piccolo gruppo dei veneziani lo seguì. Romualdo e Giovanni Gradenigo si fermarono in una cella eremitica presso il monastero, e nello stesso modo si comportarono gli altri. Il santo si dedicò al lavoro manuale insieme al Gradenigo, ma nel contempo lesse le Vite dei Padri, e le Collazioni (conferenze) di Cassiano, un maestro di vita monastica vissuto nel V secolo. Romualdo divenne esperto nella vita ascetica, e dal gruppo che lo aveva seguito da Venezia, fu riconosciuto come maestro, senza tuttavia assumere le funzioni di superiore o abate. Rimase il consigliere che insegnava le norme della vita eremitica “discreta”, senza le esagerazioni a volte adottate da Marino.

Dopo dieci anni la feconda esperienza di Cuxà fu interrotta: da Ravenna giunse notizia che il padre di Romualdo, Sergio, che dopo la partenza del figlio aveva abbracciato la vita monastica, ora stava per abbandonarla. Il santo ritornò in Italia da solo, e costrinse il padre a rientrare nel monastero di San Severo in Classe, mentre gli altri compagni si diressero verso Montecassino. Da allora Romualdo trascorse la sua vita eremitica in varie località: prima nella palude di Classe, e poi in eremi che si scelse nell’Appennino umbro-marchigiano; ma nel contempo fondando o riformando anche monasteri di cenobiti, presso i quali, a volte, fissò la propria dimora senza peraltro entrare a far parte della comunità. Finalmente, attratto ancora dall’eremitismo lacunare, si recò nell’isola del Pereo, a circa quindici chilometri da Ravenna. Qui trovò un uomo venerabile, Guglielmo, che condivise la sua vita austera. E qui venne ad incontrarlo il giovane imperatore Ottone III, che lo voleva suo collaboratore nella riforma della Chiesa, e per questo gli chiese di diventare abate di Sant’Apollinare in Classe.
Romualdo, riluttante, obbedì all’imperatore e in quella occasione venne ordinato sacerdote e ricevette la croce abbaziale. Rimase nel monastero per due anni, senza ottenere i risultati spirituali che si era proposto. Nel dicembre dell’anno 999 rinunciò all’abbaziato nelle mani dello stesso imperatore e dell’arcivescovo di Ravenna; poté in tal modo riprendere le sue peregrinazioni dirigendosi, questa volta, verso Roma e l’Italia meridionale. A Roma incontrò Bruno di Querfurt, cappellano dell’imperatore, il quale, con altri personaggi della corte, seguì Romualdo nell’isola del Pereo, per vivere sotto la guida discreta di Romualdo. “Chi mai non sarebbe stato colpito” scrive Pier Damiani “chi non avrebbe glorificato la potenza di Dio, alla vista di questi uomini fino a ieri vestiti di seta e di oro, pieni di agi, abituati a tutte le raffinatezze, ed ora con il saio, in clausura, scalzi, sporchi, consumati dal digiuno?"

Un giorno ritornò nell’isola l’imperatore Ottone III con un’altra richiesta. Il duca di Polonia chiedeva a Romualdo di mandargli alcuni fratelli per condurre vita solitaria nelle foreste dell’Est, e nello stesso tempo per essere testimoni del Vangelo tra le tribù ancora pagane. Romualdo, per quanto rattristato dalla partenza di due monaci, Giovanni e Benedetto, che si erano subito offerti, li lasciò partire, temendo che non sarebbero più tornati. Due anni dopo, l’11 novembre 1003, furono assassinati insieme ai primi compagni che si erano uniti a loro. Bruno scrisse la Vita dei cinque fratelli, quasi presago che la medesima sorte sarebbe toccata anche a lui, ucciso nel 1009 dai pagani della Prussia, insieme a diciotto compagni. Per un momento sembrò che Romualdo condividesse gli ideali della evangelizzazione e del martirio tra i pagani, ma altri erano e rimasero i suoi obiettivi primari: costruire nuovi eremi
per le anime forti che riteneva idonee alla grande avventura dello spirito, e riformare i monasteri che incontrava sulle strade della sua peregrinazione, nel senso di una maggiore austerità, per altri penitenti desiderosi di conversione. Non compose però esplicite norme giuridiche.
La regola eremitica del maestro Romualdo, secondo la testimonianza di un discepolo, era questa: “Siedi in cella come in paradiso. Dimentica e gettati dietro le spalle tutto il mondo, vigile e attento ai buoni pensieri come un buon pescatore ai pesci. Unica via il Salterio: se tu che sei novizio non puoi capire tutto, ora qui ora là, cerca di salmeggiare in ispirito e studiati di intendere con la mente; e quando nel leggere cominci a divagarti, non smettere e non perderti d’animo, ma cerca di riparare col richiamare l’attenzione. Mettiti innanzi tutto alla presenza di Dio, perché se la mamma non dona, non c’è da mangiare e il cibo non ha sapore”. Romualdo si mantenne fedele a questo programma.

Fu per due volte in Istria, e in occasione del primo soggiorno ebbe alcune esperienze mistiche, che si collocano al vertice della spiritualità romualdina: il dono delle lacrime, la comprensione di alcuni segreti scritturali e l’unione mistica nella preghiera: “Caro Gesù, caro, dolce come il miele, desiderio ineffabile, dolcezza dei santi, soavità per gli angeli”. Nel 1023, o poco dopo, fondò a Camaldoli, nella terra del vescovo di Arezzo, alcune celle eremitiche. A questo eremo ben presto affiancò un ospizio, che in seguito diverrà un vero e proprio cenobio a protezione dell’eremo. Il beato Rodolfo (1074-1089), quarto priore dell’eremo, redasse il primo corpo legislativo di quella che poi divenne la Congregazione camaldolese, approvata da papa Pasquale II nel 1113, con una quarantina di dipendenze.
Romualdo continuò le sue peregrinazioni; si era recato nel monastero di Val di Castro, da lui costruito tra Fabriano e Cingoli, e in una cella presso il monastero, solo e in silenzio, morì il 19 giugno del 1027. Sulla tomba di Romualdo a Val di Castro fu eretto un altare, e molti venivano a venerare le reliquie del singolare profeta di Dio. Nel 1140 il corpo del santo fu inumato in un sarcofago della chiesa camaldolese di San Biagio di Fabriano, dove si conserva tuttora.

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