San Paolo Store

  • 27 maggio
 
 
 
 
 
 
 

Intervista esclusiva al teologo Vito Mancuso


 

Vito Mancuso è un giovane, ma notissimo teologo.
L'ultimo libro, Conversazioni con Carlo Maria Martini, con la prefazione di Vito Mancuso, è un dialogo tra il cardinal Martini ed Eugenio Scalfari. Ma è anche il punto di partenza per l'interessante dialogo che Mancuso ha regalato a Sanpaolostore.

 

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Nell’introduzione del suo ultimo libro, Conversazioni con Carlo Maria Martini, ha evidenziato i valori comuni tra credenti e non credenti: quali sono quelli che uniscono e quali quelli che dividono?
- L’elemento decisivo è il metodo, molto  più che non  singoli contenuti che possono anche dividere,  e talora di fatto dividono credenti e non credenti . In questo libro specifico Scalfari e Martini dimostrano nelle loro conversazioni di essere divisi da alcune narrazioni del senso della vita e naturalmente da questioni come la resurrezione di Gesù o l’importanza della Chiesa, ma tutto questo è secondario perché non impedisce loro di sentirsi profondamente uniti. Questa unità certamente è data da alcuni contenuti che riguardano il primato dell’etica,  un certo giudizio morale sulla politica e altre cose, ma al fondo è data dal metodo, cioè dalla modalità con cui la mente, e direi anche il cuore - forse il cuore ancor più che la mente - con cui l’intelligenza e la volontà si dispongono di fronte all’altro, di fronte alla vita, andando a cercare il bene concreto nella situazione concreta. Questo metodo di profonda onestà intellettuale nell’analisi del reale può portare a unire profondamente le persone. Poi può accadere che le risposte siano diverse e che ci si renda conto che, nell’esercizio di questo metodo, i risultati siano diversi, ma questo non impedisce di sentire un’unità che è più importante della differenza e che è data precisamente dalla disposizione di fondo della coscienza, del cuore, della mente di fronte alla realtà: il metodo insomma.

Che cosa intende per teologia laica?
  - Intendo l’esercizio della scienza teologica finalizzata non alla conferma della dottrina ecclesiale ma neppure evidentemente alla distruzione o alla messa in difficoltà della dottrina ecclesiale. Non si tratta né di affermarla a priori né di fare una guerra a priori perché, questa seconda ipotesi, non avrebbe alcun senso. Si tratta di coltivare la scienza teologica per cercare la verità per se stessa. Si tratta ad esempio di leggere la Bibbia, e qui torniamo al discorso di Martini, al suo grande insegnamento sulla lettura della Bibbia e sulla meditazione della Bibbia, non per cercare conferme di ciò che la dottrina ecclesiale a livello di dogmatica e a livello di etica ha già stabilito, ma di cercare la verità quale emerge dai testi. E se questa verità che emerge dai testi è dissonante  rispetto ad alcune affermazioni della dottrina, la teologia che io definisco laica, non si fa scrupolo di dichiarare questa dissonanza, non si fa scrupolo di spingere quindi la dottrina a proseguire, a evolvere, a correggersi , ad andare avanti. Sono convinto che se si sono avute alcune acquisizioni importanti nella storia del pensiero cristiano, in particolare del pensiero cattolico (come ad esempio il discorso sulla libertà religiosa che fino al 1965 non aveva diritto di cittadinanza all’interno del mondo cattolico e poi si è affermato a seguito del il Vaticano II, con la “Dignitatis Humanae”  approvata il 7 dicembre 1965), perché  i teologi hanno esercitato la teologia che io definisco laica.

Un tema che ricorre sia nei suoi interventi che nei suoi libri è il tema della libertà coniugato con quello dell’obbedienza, all’apparenza un ossimoro. Può indicarci come invece questi due elementi convivano? Il gioco di tutta la vita umana, la grande questione intorno alla quale ruota tutta la vita umana si definisce precisamente nella gestione e nel controllo della libertà. Noi siamo libertà, la caratteristica essenziale e specifica degli esseri umani rispetto a tutti gli altri esseri viventi è precisamente la capacità di libertà. Libertà dalle necessità naturali innanzitutto, dalle necessità ambientali, da qualunque tipo di necessità che si manifesta nell’appartenenza al gruppo, alla chiesa, al partito, al quartiere, insomma in qualsiasi tipo di appartenenza dentro cui navigano gli esseri umani e la loro esistenza concreta. Ciò che specifica il fenomeno umano rispetto a ogni altro essere vivente è proprio questa capacità di libertà. Quindi ogni tipo di discorso spirituale prende senso solo nella misura in cui riconosce, suscita e disciplina la libertà. Perché ho aggiunto disciplina? Perché è del tutto evidente che ciò che costituisce la gloria del fenomeno umano, cioè la libertà, ne costituisce al contempo anche la tragedia e la miseria. È esattamente dalla libertà che viene la grandezza, ma anche la bassezza dell’uomo, la capacità di bene e insieme la capacità di male, quindi il binomio obbedienza e libertà non è da intendere come oppositivo, non ho mai parlato nei miei libri di un’opposizione tra obbedienza e libertà. Certo c’è un tipo di obbedienza che si oppone alla libertà, e contro questo tipo di obbedienza mi oppongo anch’io, ma esiste un’obbedienza superiore che è l’obbedienza alla verità, alla giustizia, al bene a cui la libertà si deve piegare. Ho scritto un libro che si intitola La vita autentica in cui dico che l’uomo autentico è l’uomo libero, è libero perché prima di tutto è libero da se stesso e l’uomo diventa libero da se stesso se esce da sé, obbedendo a qualcosa più grande di sé che è la bellezza, la giustizia, la verità, il senso, l’amore, insomma l’oggettività delle relazioni buone.  Quindi la libertà si compie nell’obbedienza. La polarità tra questi due valori è assolutamente essenziale ma non è una polarità simmetrica, è una polarità asimmetrica nel senso che la libertà si compie nell’obbedienza, deve giungere ad obbedire: tutta la vita spirituale alla fine è riassumibile nell’obbedienza, ma naturalmente questa  non va intesa come obbedienza  a forme di potere, compreso il potere dell’istruzione, ma obbedienza alla situazione concreta per leggerla e inserire all’interno della situazione concreta il massimo di bene, di energia positiva, di giustizia che ciascuno è in grado di generare dentro di sé: è questo il senso ultimo dell’obbedienza, obbedienza all’oggettività dell’esistenza.

Nella situazione attuale in cui ci sono violente ingiustizie sociali, come si può declinare questa ricerca di libertà e giustizia da parte di chi si sente frutto di una grave ingiustizia? Esiste certamente un fenomeno di ingiustizia estremamente grave che può generare una sensazione non solo di sconforto, ma anche di rabbia e di violenza. La storia però ci insegna che laddove il sentimento di giustizia diviene ri-sentimento generando rabbia e generando violenza invece di ottenere un effettivo incremento di giustizia si ottiene il contrario, cioè un incremento dell’ingiustizia. Sto parlando dell’importanza essenziale, sempre e comunque ma in particolare nel nostro tempo della politica. È il lavoro della politica e ne avessimo di politici veri, ne abbiamo bisogno davvero come del pane! Il lavoro della politica è esattamente quello di far sì che la rabbia che il senso di ingiustizia genera in molti esseri umani si traduca in un progetto politico capace di agire concretamente sulle situazioni reali togliendo la carica di ingiustizia e generando una stagione diversa.  Senza la mediazione della politica, l’alta e preziosissima mediazione della politica, c’è il rischio concreto di una degenerazione dello scontento. Se c’è una cosa di cui il nostro tempo ha bisogno è una politica degna di questo nome cioè custodia della città, custodia della polis del bene comune.

Un cattolico , si dice da tempo, deve impegnarsi politicamente: ma in quanto cattolico o in quanto cittadino?

  - Entrambe le cose, se uno è cattolico è cattolico sempre non può svestire la forma della propria mente, l’energia che muove il proprio cuore e fare a meno di queste cose, ammantarsi di una inesistente neutralità che alla fine sarebbe solo finzione, quindi esiste sempre la dimensione dell’essere cattolico. Se penso ai grandi cattolici che hanno fatto tanto bene al nostro Paese, in primis penso ad Alcide De Gasperi, che non ho conosciuto perché quando operava non ero ancora nato, e penso a politici che ho conosciuto anche se non personalmente, Aldo Moro,  Zaccagnini,  La Pira, se penso a questi politici non mi sognerei minimamente di dire che hanno abbandonato la loro identità di cattolici per mettersi in modo neutro a servire il bene comune. Nel contempo però non si può dire che hanno servito il bene particolare dei cristiani, e questa è la questione decisiva: che cosa vuol dire essere cristiani, essere cattolici? Vuol dire custodire un senso di identità che separa dagli altri uomini e costruire un’azione politica cercando il bene della mia parte, del mio gruppo, del mio movimento? o avere una grandissima apertura di cuore, veramente cattolica nel senso profondo del termine che significa universale e cercare il bene di tutti? La grande lezione dei politici cattolici che la nostra Italia ha avuto ci insegna che la risposta esatta è che essere cattolico significa avere una larghezza di anima e di mente per cercare il bene comune di tutti, di tutte le persone nelle situazioni concrete in cui ogni singolo uomo si viene a trovare. Non si tratta di spogliare la propria identità, si tratta di prenderla veramente sul serio.