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Dietrich Bonhoeffer

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Dietrich Bonhoeffer nasce a Breslavia (allora in Germania, ora in Polonia) nel 1906. Karl, il padre, è un noto neurologo e psichiatra, mentre Paula, la madre, è una delle poche donne laureate della sua generazione. Una famiglia alto-borghese di tradizione protestante, che tiene una certa distanza dalla religione e dalla comunità dei fedeli, in favore di un approccio laico e positivista. Che, perciò, rimane quantomeno sorpresa dalla sua scelta di studiare Teologia.
Una volta conseguito il dottorato, persegue una vita profondamente spirituale oltre che girovaga: nel 1928 presta servizio pastorale presso una chiesa tedesca a Barcellona, nel 1929 perfeziona gli studi all'Union Theological Seminary di New York e nel 1930 trascorre qualche mese a Londra. 

 

L’anno seguente torna a Berlino, dove, appena ventiquattrenne, ottiene l’abilitazione per l’insegnamento e diventa pastore luterano. E per la prima volta si confronta, anzi si scontra con il regime nazionalsocialista: il 30 gennaio 1933, il giorno seguente alla nomina di Hitler a cancelliere del Reich, partecipa a una trasmissione radiofonica e compie una riflessione sul termine führer-guida e il suo scivolamento di senso, che lo trasforma in verführer-seduttore o, peggio ancora, in “messia” e “salvatore del suo popolo”, assumendo una sfumatura divinizzante che ha poco a che vedere con la natura storica e politica della funzione alla quale presiede.
Parole forti, scandalose. Che attirano l’attenzione del regime, che si fa sempre più minaccioso e pressante. Al punto che, poco tempo dopo, Bonhoeffer è costretto a lasciare la docenza e le prediche, e, infine, a riparare a Londra.
Dopo due anni come direttore di un seminario protestante, torna in Germania, ma dura poco: ormai è osteggiato in modo aperto, e comprende di essere in pericolo. Così riparte, questa volta per gli Stati Uniti. Ma è una parentesi di due mesi: ama il suo paese, ama la libertà, ama dei valori che sono inconciliabili con quelli professati da Hitler e la sua cricca criminale. Bonhoeffer capisce che non può voltare la testa e guardare da un’altra parte: bisogna intervenire, sporcarsi le mani.


 

Così, rientrato in Germania, si avvicina al gruppo di resistenza e opposizione di cui fanno parte l’ammiraglio Wilhelm Canaris e il generale Hans Oste. Tuttavia il 5 aprile 1943 è arrestato dalla Gestapo, e inizia una via crucis tra le varie prigioni del Reich. Alla quale non si arrende, ma, al contrario, si oppone con una forza d’animo e una dignità straordinarie, e un’intelligenza che riversa negli appunti e nelle lettere raccolte postume in "Resistenza e resa”. Bonhoeffer scrive di pace e di rispetto della dignità umana, di speranza e di impegno, di un pensiero che non è mai fine a se stesso e di una fede che non si esaurisce dietro all’altare o nelle cattedre teologiche, ma si sporca le mani e si getta nella polvere del mondo.
Il 9 aprile 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra, viene impiccato nel lager di Flossenbürg.
Qualche tempo prima aveva scritto: "Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, spezzato. Quando gli uomini dicono: 'perduto', Egli dice: 'trovato'; quando gli uomini dicono: 'condannato', Egli dice: 'salvato'; quando gli uomini dicono: 'no!', Egli dice: 'sì!'. Quando gli uomini distolgono il loro sguardo con indifferenza o con alterigia, ecco il Suo sguardo ardente di amore come non mai. Gli uomini dicono: "abietto!", e Dio esclama: "beato!".

 
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